A piedi nella città futura: ritrovarsi in un futuro sostenibile

17. Novembre 2020 Sostenibilità 0
A piedi nella città futura: ritrovarsi in un futuro sostenibile

In un’intervista del 1975, alla domanda come immaginasse la città del futuro, Italo Calvino rispose: “mi piacerebbe una città in cui si potesse andare in bicicletta. La città del futuro dovrebbe ritrovare la pluralità dei mezzi di trasporto sia collettivi che individuali, su percorsi diversi, magari a diverse altezze: vie per pedoni, per ciclisti, per auto, per camion, vie fluviali per battelli”.

La città sognata da Calvino assomiglia a Venezia, dove la circolazione motorizzata avviene nei canali e dove ci si può muovere a piedi: “sono sempre contento quando in una città trovo un posto dove ci sono marciapiedi sopraelevati, con le ringhiere”. Calvino sapeva bene che già allora era difficile muoversi a piedi che il vero problema delle città non era tanto la mobilità quanto l’accessibilità. Una grande città offre molte cose da vedere e da fare, ma quando gli spostamenti diventano faticosi e richiedono troppo tempo “si comincia a lasciar perdere, a trascurare gli spettacoli, a vedere sempre meno gli amici. Così si finisce per starsene il più possibile chiusi in casa come faccio io” (1). 

Difficoltà e contraddizioni

Ci sono già tutte le difficoltà e le contraddizioni che ritroveremo nella città del XXI secolo. La dinamica, il movimento della grande città contemporanee non si sono tradotte in accessibilità ai suoi beni e ai suoi servizi. La città si è chiusa su sé stessa, in ambiti sempre più ristretti, in recinti, in isolati, in condomini e abitazioni individuali. La città sembra scomparire, la sua estensione emargina, divide, isola. Senza prossimità, senza poter essere attraversata a piedi, la città non può essere compresa e vissuta come esperienza creativa e socializzante

Per Calvino la città del futuro doveva ritornare ad essere lo spazio del camminare, dell’incontro, della visibilità.

Persone connesse da linee

Attraversare la città

Attraversare, camminando la città è oggi difficile, rischioso, ostacoli di ogni tipo ne ostacolano il percorso: congestione automobilistica, inquinamento acustico e dell’aria, lo spazio ridotto dei marciapiedi, la sosta incontrollata delle auto, il posizionamento irrazionale dei cassonetti per la raccolta dell’immondizia impediscono il movimento, mentre una edilizia mediocre e un paesaggio urbano anonimo e senza qualità sottraggono al camminare, ogni interesse ed esperienza creativa. 

La città contemporanea è sempre più un intreccio di reti che si sovrappongono e si contraddicono, un labirinto in cui è difficile orientarsi, in cui le reti pedonali sono marginali, discontinue, spesso ridotte a percorsi obbligati nelle aree turistiche dei centri urbani o nel chiuso dei recinti commerciali e dei parchi a tema.

Camminare non è più un’attività quotidiana, integrata al ritmo della vita, ma un’esperienza occasionale, ossessivamente raccomandata dai medici per la salute della persona (i 10.000 passi, ovvero circa 7 Km), oppure un impegno sportivo da consumare su un tapis roulant o in un parco. Un nuovo igienismo sembra voglia prendersi cura della città, ma ne siamo certi, non sarà sufficiente. 

Treno ad alta velocità, Tokyo, Giappone

Cosa occorre fare

Forse è giunto il momento di porre la questione del camminare e dello spazio pubblico in termini nuovi, legandola al tema della sostenibilità ambientale e a una nozione di territorio come sistema di reti. E’ quello che si sta promuovendo in alcune città europee, come ad Amburgo dove si è pianificato che tutta la città debba essere attraversabile pedonalmente entro il 2030. Lo spazio pubblico non può essere inteso semplicemente come elemento di qualità che struttura la città, come luogo d’incontro e di scambio.

Oggi lo spazio pubblico deve assumere il ruolo di una rete infrastrutturale che contribuisce all’equilibrio ambientale di un mondo sempre più urbanizzato e a rischio; nello stesso tempo deve divenire una componente centrale del sistema della mobilità, non più subordinata, ma prioritaria, in virtù della sua funzione ecologica e sociale. Lo spazio pubblico, come rete del camminare, ha il compito di restituire alla città il senso della misura, della narrazione, della scoperta. Riportare i percorsi pedonali al centro dell’organizzazione della città è un atto ordinario e rivoluzionario insieme.

E’ ordinario perché costringe il progetto a misurarsi con un’attività quotidiana di base che ha a che fare con la vita, il corpo, i sensi. L’ordinarietà, in questo caso, ha le radici profonde di una umanità che ha trovato nel passo e nella libertà di movimento nello spazio la sua identità, le sue origini, ma anche il suo futuro. E’ questo legame tra passato e futuro che fa del camminare un atto etico e progettuale.

Come tutelare, espandere questa attività che coinvolge la mente e il corpo, la salute fisica e il pensiero? L’uomo che cammina in un ambiente che cambia è un delicato sensore che reagisce ai mutamenti del clima, agli effetti dell’inquinamento, del suolo, dell’aria, delle acque. Nell’atto del camminare insiste un progetto di resilienza e di ricerca di condizioni migliori di vita. In fondo i percorsi pedonali sono i corridoi ecologici per la specie umana e la sua biodiversità (2).

Nella città futura dovremo ripartire dai marciapiedi. 

Quotes:

  1. Italo Calvino, Sono nato in America. Interviste 1951-1985, Mondadori, Milano 2002, p.219
  2. Rosario Pavia, Il passo della città. Temi per la metropoli futura, Donzelli, Roma 2015

L’autore è Rosario Pavia, Professore ordinario di Teoria dell’Urbanistica presso la Facoltà di Architettura di Pescara e direttore della rivista Piano Progetto Città.